La storia è un incubo dal quale sto provando a risvegliarmi

La storia – disse Stephen – è un incubo dal quale sto provando a risvegliarmi. […] Eccolo Dio. Urrà! Si! Fiiihiu. Cosa? – chiese Mr. Deasy -. Un urlo dalla strada – rispose Stephen – facendo spallucce.

Ulisse, James Joyce

Il celebre aforisma di Joyce – contenuto in Nestore, secondo capitolo dell’Ulisse – è affermato da Stephen Dedalus durante un colloquio con il suo direttore scolastico. Stephen — uno dei protagonisti dell’Ulisse — lavora in una scuola come insegnante. Questa famosa citazione si configura come una feroce critica di “filosofia della storia” e si sviluppa su diversi piani argomentativi:

  1. Religioso
  2. Politico
  3. Antisemita
  4. Amor Matris
  5. Poetica

Riguardo al primo punto, la lettura religiosa si riconnette alla celebre definizione di Dio come “un urlo dalla strada”, contenuta nello stesso capitolo e dopo poche righe dall’aforisma inerente alla storia come incubo. L’aforisma dell’urlo è la risposta alla definizione di “filosofia della storia” esplicitata da Mr. Deasy — il direttore della scuola di Stephen — secondo cui “la storia tutta si muove verso un unico grande obiettivo, la manifestazione di Dio”. Stephen ha una visione di accesa critica verso un’ interpretazione della storia sia lineare, sia teleologica. La storia, per Stephen, è manifestazione di violenza, di orrore di cui lo stesso Mr. Deasy è un simbolo in quanto rappresentante di una tradizione stabile, museale ricondotta ad ideali di nazionalismo, antisemitismo, di buonismo borghese. L’interpretazione storica di Mr.Deasy è tipica di un immobilismo intellettuale, il cui emblema sono le monete collezionate, criticate da Stephen come dei “vuoti gusci”. La visione storica di Mr. Deasy è tendenziosa, artificiosa, inconsistente.

La protesta di Joyce eleva l’anti-colonialismo e il pacifismo come ideali da perseguire, ma l’incubo si manifesta nel reale, dato che la data di composizione dell’Ulisse è del 1917, corrispondente al primo conflitto mondiale. Difatti risuonano i versi di Blake, espressi ad inizio capitolo: “sento la rovina di ogni spazio, il vetro infranto e le mura cadenti, e il tempo una livida fiamma definitiva”. Gli ideali anti-colonialisti e pacifisti saranno rimarcati nel prosieguo del romanzo da Bloom nel suo scontro con il Citizen, ma qui l’incubo da cui tenta di svegliarsi Stephen è rivolto alle fasulle visioni storiche di Mr. Deasy, simbolo estremo di una lettura storica fallace, considerante gli ebrei come “la cifra del decadimento di una nazione”. Gli ebrei, a detta di Deasy, “fagocitano la forza vitale di una nazione” e non hanno leso alla storia dell’Irlanda, poiché ne è stato vietato il loro ingresso, a cui si aggiunge una risata di Deasy “rigurgitante di tosse e di catarro”. Ecco l’incubo: la faziosità di una lettura deterministica della storia, epurante la diversità, la pluralità dei popoli.

L’incubo è scioglibile? Può essere districato? Stephen, nel momento in cui è pensieroso e disputante con sé stesso cavilli filosofici inerenti sulle possibilità di eventi storici mai avvenuti in base a interpretazioni aristoteliche di potenza e atto, alla vista di un suo alunno, Sargent, considera l’Amor Matris come la potenza liberatrice dell’uomo da eventi nefasti e l’unica verità consolante della vita. Difatti, riguardo al suo alunno afferma: “Brutto e inutile. Eppure qualcuna l’aveva amato, tenuto fra le braccia e nel cuore. Non fosse stato per lei, in quella gara che è il mondo l’avrebbero calpestato, una smidollata lumaca spiaccicata”. 

Ma da dove si genera l’incubo? L’incubo è dettato dalla miseria spirituale del tempo, rappresentata da Mr.Deasy e dai suoi ideali artificiosi di matrice antisemita (di becera religione, di immobilismo intellettuale), e si riconnette al tema joyciano dell’artista ribelle, che di fronte alla vittoria dell’incubo storico (cioè il decadimento culturale), che sarebbe “un’altra vittoria come questa e siamo finiti”, oppone la visione dell’artista ribelle. L’artista fa esplodere, nel disgusto del presente, le potenzialità della poesia, quasi in un senso vichiano (qui è presente un rifermento a Vico Road in Dublino) svuotandolo però di un senso provvidenzialistico o religioso della storia, e prospettando tramite l’attività poetica la capacità d’amore non solo materna, ma anche sociale (in quanto negazione dell’antisemitismo e di altre visioni di efferatezza) e la possibilità di un riscatto da quell’incubo della storia.

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