Giovanna d’Arco

…di Gianluca Borreca

Liturgie canore, sguardi sconosciuti, flebili sussulti. Perché qui? Tutti in adorazione per una festa che non sarebbe mai dovuta succedere. Sono tutti qui, ma nessuno sa perché lo è davvero. Qui tutti in attesa, invece, lei non si sa. Prima di esser venuto qui ho letto il giornale: violenza alle donne, furto, imbrogli politici. Tutti portatori di ideali. Non era quello che cercavo. Ah ecco: “Lutto a Benevento, dolore su FB”. Dolore cibernetico, dolore virtuale. Possibile?

L’odore di incenso fa contrasto con quello della pioggia battente. La folla si ammassa. La folla c’è quando la città è in festa, perché ora? Dov’è la festa? Eppure la folla è tutta qui. Ho ancora quel motivo musicale in testa. Lì c’era il sole e la gente la spintonava, la stordiva, la disorientava. Eppure quella folla li gettava nelle braccia l’uno dell’altro fino ad essere raggianti, inebriati e felici. Poi all’improvviso il grido, quando la folla glielo strappa dalle braccia. Si lotta, si dibatte ma il grido si perde nella voce della folla, si può solo maledire la folla. Il dono dell’amore non lo si ritrova più. Perché ricordo questo? Si, è vero: il contenuto di verità. Ma dov’è quella flebile speranza per gli uomini?

«Hey ciao, da quanto tempo? Come va?»

«Insomma e tu?»

«Niente di che.»

«Io vado più avanti, a dopo»

Parole anonime, vuoto. In quanti giorni ho ascoltato questi discorsi. Ah si dimenticavo, la folla. Qualcun altro ci ha visto qualcosa di diverso nella folla. Si lei era una passante, agile e nobile. Agile proprio perché doveva farsi largo fra la folla. Doveva evitare l’urto di chi la circondava. Insomma la passante cercava di preservare la propria individualità, continuamente minacciata dagli altri. Ci è riuscita? Anche lei, la passante, era vestita a lutto. Ma il suo lutto, il suo dolore, si dovevano mescolare a quello della folla. Però se voleva preservare la propria individualità doveva evitare la folla.

Perché te ne sei andata così presto? Ah dimenticavo sei una bellezza fuggitiva. E dall’altare:

«Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione»

Dove troviamo la forza per lodare tutto questo? Dov’è il significato di tutto questo? Non c’è questo significato. Siamo in attesa, un’attesa per Godot. Purtroppo non si può lodare tutto questo. È solo nel silenzio, che si può ascoltare veramente. Non voglio la consolazione, non si può accettare. Ma per gli altri è difficile stare in silenzio in mezzo alla folla:

«È una tragedia. Era solo una pulzella.»

«Era sempre in stato di Grazia.»

Lì la pulzella di Francia, qui la pulzella di Benevento. Forse entrambe sentivano le voci, forse entrambe sono presso di lui, forse entrambe erano vergini. Ma quale Grazia, ah ricordo. “Se non ci sono, Dio mi ci metta; se ci sono, Dio mi ci mantenga”. Si era il suo silenzio quello che colpiva di più, lo ricordo bene. Il suo sguardo fiero, deciso ma al tempo stesso dolce. Il tempo ci ha allontanati. Non ricordo bene da quanto. Una volta eravamo in barca, io e te. Ancora un ricordo fuggitivo. Eravamo intenti nel dirci i nostri progetti, tu medico e io scrittore. Si ti abbandonai per scrivere la mia “opera”, per inseguire il mio sogno, ma c’era qualcosa che non capivo: il tuo silenzio. Sembrava che eri in stato di Grazia, non capivo nulla.

Però prima di incontrarti qui per l’ultima volta, avevo deciso di leggere un libro a caso, una pagina a caso: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quanti ne sogni la tua filosofia». C’è del marcio, qui, fra tutta questa folla. Tu hai guadagnato il tuo destino, hai viaggiato su un binario diverso dal mondo immondo. Tu testimoni l’orrore del mondo. Forse l’aveva fatto anche la pulzella di Francia. Credo che sei più simile ad Ottilia piuttosto che a Giovanna d’Arco. La Storia non può fermarsi, ma il tuo silenzio era vita. Quando mi hai detto ti amo, non l’ho capito. Forse la pioggia me ne dà un’idea quasi tangibile. Picchia sui vetri incessantemente. Si i giornali avevano ragione: pioggia su tutto il Sud Italia. Il suo suono martella dentro ognuno di noi mentre cala su tutti i vivi e su tutti i morti.

Hai vissuto solo ventitré anni, ma eri il contenuto di verità in questo mondo. Ora divieni il nuovo Angelus Novus, che guarda perennemente la nostra catastrofe. Eri l’unica reale nell’irreale. L’ho scoperto qui fra la folla, fra il suo frastuono. Ora c’è silenzio.

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Scritto da Gianluca Borreca

Filosofia, letteratura, bici, soccer

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