Popoli in movimento

Popoli in movimento

1. Odoacre, una figura simbolica

L’episodio, che nella periodizzazione più comune segna l’inizio del Medioevo, è la deposizione dell’ultimo imperatore romano d’Occidente, Romolo detto “Augustolo”, da parte di un capo militare sciro, Odoacre. Era l’anno 476.

 

 

 

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Gli Sciri erano una popolazione, che aveva realizzato uno stanziamento significativo nella regione dei Carpazi. Gli Sciri tradizionalmente furono considerati “Germani”. Ma la nozione di “Germani” è stata messa in crisi dalla critica storica, soprattutto riguardo al concetto di etnia. Fu la cultura romana — da Tacito in poi — a conferire quell’identità e quella definizione a diversi popoli, che erano lontani da una consapevolezza di comune appartenenza.

Gli Sciri, i Gori, gli Eruli, i Vandali, gli Svevi, gli Alamanni, i Burgundi non erano etnie stabili, ma erano aggregati “tribali” provvisori che, per differenziazione dai vicini o per assimilazioni, avevano in tempi diversi valorizzato momenti di comunanza culturale e giuridica. La ricerca storica odierna si concentra, pertanto, sul concetto di “etnogenesi“:

Con “etnogenesi” si indica il processo di formazione di un gruppo etnico. Questo processo può avvenire per auto-identificazione o essere il risultato di una percezione esterna. I Romani definirono i Barbari in quanto “nationes”, ovvero, formazioni più o meno stabili, i cui caratteri dipendevano sia dalle alleanze stipulate fra i gruppi tribali impegnati in periodici  spostamenti, e sia dalle relazioni con i popoli già insediati nelle regioni in cui realizzavano un nuovo stanziamento

Tutti questi “popoli” erano in continuo divenire etnico, ma si possono individuare della fasi di “etnogenesi”, soprattutto determinate per lo più dal prevalere dei capi di raggruppamenti tribali, che aggregavano frazioni minori di popoli in armi, con processi di coesioni sia durante le fasi di mobilità, sia negli stanziamenti provvisori, sia infine in una durevole sedentarietà. Con “popolo” si indicano alcuni elementi di permanenza all’interno di uno generale contesto storico particolarmente fluido.

Tutti questi popoli erano Barbari: il termine utilizzato dai Greci per indicare coloro che avevano difficoltà con la lingua greca e ripreso nel Tardo antico dai Romani, difatti, dobbiamo pensare all’Impero Romano come un Impero di cultura greco-romano-ellenistica. Le definizioni macroetniche — Celti, Germani, Slavi, Ugrofinnici — sono inconsistenti ed indicano solo elementi di affinità linguistica, non sempre certi.

Odoacre era il capo di un esercito variegato – Eruli, Rugi e altre tribù danubiane – e doveva indirettamente la sua formazione militare alla dipendenza di suo padre dal Re Unno Attila. Non deve stupire che Odoacre si era messo al servizio di Roma, difatti, all’interno e all’esterno del limes romano le truppe al servizio dell’imperatore erano ormai quasi interamente costituite da manipoli barbarici.

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Quando questi corpi militari barbarici acquisivano una certa coesione e stanzialità, furono riconosciuti come gentes  — grazie alla leadership di un capo e a una provvisoria identificazione con il territorio — erano riconosciuti dall’Impero come foederati e godevano del diritto di hospitalitas , potendo acquisire un terzo delle terre della regione e un terzo delle tasse governative. Gli “eserciti di popolo” o i “popoli-esercito” erano guidati dall’autorità dei loro capi originari, anche se erano inseriti nel quadro istituzionale dell’Impero. Un caso su tutti è Alarico, ma anche lo stesso Odoacre.

Odoacre non si presentò mai con le vesti di porpora o le insegne imperiali. Alla fine del V secolo l’unica capitale imperiale rimase Costantinopoli, e l’imperatore Zenone “tollerò” che Odacre attribuisse a se stesso il titolo di patricius Romanus e quello — con cui era acclamato dalle sue truppe — di rex gentium.

Odoacre dominava da Ravenna, divenuta capitale dell’Impero dopo Roma e Milano già dal 402 e dove aveva risieduto l’Imperatore d’Occidente Onorio (395-423). La fase pacifica del “Dominio di Odoacre” indicava già la nascosta volontà di autonomia rispetto al potere orientale, voluto dai ceti senatori-romani. L’aggettivo “romano” era già meno carico di ideali: ora riguardava nell’Alto Medioevo gli abitanti dell’Urbe o i sudditi ai domini bizantini o la popolazione locale.

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Sacco di Roma ad opera dei Visigoti in un quadro di JN Sylvestre del 1890
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Migrazione Visigoti

L’ascesa di Odoacre aveva formalizzato simbolicamente un insieme di pratiche, che si erano già affermate fra il IV e il V secolo. In questo periodo fu difficile mantene le truppe “barbariche” inserite nell’inquadramento militare imperiale. Difatti erano desiderose di terre e non avevano alcun progetto istituzionale davvero alternativo rispetto al modello imperiale romano, ma nel tempo si erano inseriti nei quadri imperiali, ormai divenuto un apparato debole:

  • L’Imperatore d’Oriente Valente gestì la Völkerwanderung (“migrazioni di popoli”) dei Goti con le tecniche dell’hospitalitas e della foederatio, ma Valente fu sconfitto dai Goti nella battaglia di Adrianopoli nel 378;
  • I Franchi e gli Alamanni erano foederati in Gallia, ma all’inizio del V secolo non riuscirono ad impedire lo sfondamento del limes sul Reno da parte di Alani, Svevi, Burgundi e Vandali;
  • Nel 410 un capo militare goto, Alarico — riconosciuto come magister militum dall’imperatore d’Oriente Arcadio e poi in rapporti conflittuali di trattativa con il successore Onorio — invase l’Italia, saccheggiò Roma, si diresse verso l’Italia meridionale e morì in Calabria alla ricerca di un insediamento stabile per le sue genti, probabilmente la ricca Africa settentrionale, la più florida delle province romane

2. Gli Unni e il semi-nomadismo di sfruttamento

Gli Unni — ugro-finnici e non “germani” — sono stati riconosciuti come un “motore” decisivo della grande mobilità di popoli nel IV e V secolo. Le tribù degli Unni erano di origine mongola e si aggregarono nelle steppe dell’Asia centrale, muovendosi in varie direzioni e compiendo razzie, ma soprattutto determinarono una spinta efficace sui Goti.

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Un cospicuo aggregato tribale, guidato da Attila, nel 450 giunse perfino a Metz e a Orléans. Ai Campi Catalaunici, nel 451, Attila fu sconfitto dal generale romano-barbarico Ezio, che guidava un esercito di Franchi, Visigoti e Burgundi. In seguito Attila conquistò l’Italia settentrionale, da Aquileia a Bergamo: qui fu indotto a desistere, probabilmente in seguito a laute concessione, con la mediazione del vescovo di Roma Leone I, di terre in Pannonia (grosso modo l’Ungheria odierna.

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L’Incontro di Leone Magno con Attila è un affresco (circa 660×500 cm) di Raffaello e aiuti, databile al 1513-1514 e situato nella Stanza di Eliodoro, una delle Stanze Vaticane. Una copia è presente anche nella Sala delle Galere a Palazzo Chigi.

Nel V secolo altri Unni, di diversa aggregazione tribale, si mossero verso Sud-Est e verso l’Asia, determinando la disgregazione definitiva dell’Impero della dinastia dei Gupta in India, che aveva elementi de debolezza interna paragonabili all’Impero Romano d’Occidente.

La mobilità degli Unni e di altri popoli “barbarici”, non fu determinata solo da un fattore di squilibrio, ma soprattutto aveva una giustificazione politica e strutturale:

  • Sul piano politico, varie gentes, dopo anni di vicinanza a grandi Imperi, stavano acquisendo consapevolezza delle loro fragilità, e ambivano a dominazioni proprie svincolate da incarichi dall’alto;
  • Sul piano strutturale, molte tribù non erano più nomadi e stavano abbandonando il “semi-nomadismo di sfruttamento”, incentrato sulla logica del “bottino” e della razzia”. Il vero motore della mobilità era la ricerca di un insediamento stabile, che desse forma e continuità ad alleanze formatesi durante il combattimento;

La deposizione di Romolo Augusto fu un semplice episodio circoscritto, che “geo-politicamente” fu insulso! Però fu un episodio ricco di nuovi elementi, tipici dei nuovi assetti:

  • L’aggregato tribale multietnico aveva preso il sopravvento;
  • Gli strumenti imperiali (hospitalitas, foederatio) di reclutamento di genti barbariche si potenziarono;
  • Le stesse genti non ricercavano più bottino;
  • Le genti barbariche adottarono titoli, gerarchie e vari elementi istituzionali propri delle rovine degli apparati imperiali;

Lo stesso titolo rex gentium di Odoacre fa riflettere. La parola rex significa “colui che traccia la linea” e per i Barbari significava una “guida”, soprattutto militare. In questa accezione non comporta un potere politico fondato sulla “territorialità”, ma era più una prerogativa di comando o di coordinamento dei numerosi capi tribù.

Un capo tribù aveva una concezione personale del potere — sapeva su chi e su quali famiglie comandava — e non si poneva il problema di definire i confini territoriali dell’esercizio di quel potere, se non in termini insediativi. Ma al tempo stesso era “re del suo popolo”, non di un’area territoriale. Quindi prevaleva la memoria collettiva del semi-nomadismo e la concezione personale del potere rispetto alla concezione territoriale del potere. La concezione personale era di derivazione barbarica, mentre, quella territoriale era di derivazione romana. In seguito le due concezioni si affiancarono.

L’iniziale trattamento privilegiato di Zenone verso lo sciro Odoacre, probabilmente era dovuto al fatto che Odoacre non era il re di una natio dai contorni ben definiti.

3. Le stanzialità-rifugio di altre genti

I Franchi e gli Alamanni, nei primi anni del V secolo, erano foederati dell’Impero Romano d’Occidente, ma non riuscirono a bloccare la migrazione degli altri popoli barbarici:

  • Gli Svevi si stanziarono nell’odierna Galizia;
  • Gli Alani occuparono l’odierno Portogallo;
  • I Vandali, nel 439 guidata dal re Generico, si stanziarono in Africa settentrionale, intorno a Cartagine;

Questi popoli aveva adottato la versione ariana del Cristianesimo, rifiutata nel primo concilio ecumenico di Nicea nel 325. Probabilmente era una versione più semplice ed efficace, grazie alla traduzione della Bibbia da parte del vescovo goto Ulfila ovviamente di fede ariana. Altro motivo della diffusione dell’arianesimo, probabilmente fu la percezione di caratteri identitari e di differenziazione con i popoli occupati.

Quindi le strutture episcopali ariane e cattolico-romane si affiancarono, con in minoranza gli ariani-barbari. Questa fu una convivenza non troppo semplice. Difatti i Vandali assunsero un atteggiamento persecutorio nei riguardi delle chiese cattoliche delle coste settentrionali dell’Africa. Questa scelta ebbe un impatto “geopolitico”, poiché attirò l’ostilità dell’Impero Romano d’Oriente: nel 533 i Vandali furono sconfitti dal generale bizantino Belisario, inviato da Giustiniano, annientando l’unica potenza navale in grado di opporsi alle flotte bizantine.

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Sugli ex-confini germanici dell’Impero romano si formarono raggruppamenti tribali, che identificavano alleanze variabili:

  • Gli Alamanni sul Medio Reno;
  • I Turigi, meno romanizzati, nella  Germania centro-orientale;
  • I Burgundi, i più romanizzati, nei bacini del Rodano e della Saona. Questo fu uno dei popoli più interessanti: territorializzarono il loro potere, dalla Champagne meridionale alla Provenza, con un impalcatura regia intorno a Lione;

Nell’Europa nord-occidentale, ovvero dell’odierna Inghilterra, il passato romano incise di meno. I popoli della Scozia, detti Pitti, facevano incursioni nella Britannia insulare e continentale. I Britanni – intendiamo i Romani in Inghilterra – coinvolsero nella difesa dell’isola nuovi gruppi tribali provenienti dalla Danimarca, dalla Germania settentrionale e dalle regioni a Est del Reno: gli Iuti, Angli, i Frisòni e i Sàssoni.

Pertanto il V secolo vide l’occupazione irreversibile dell’isola: una lenta ma profonda colonizzazione dei nuovi arrivati, che sostituirono le popolazioni celtiche, ormai ritiratesi in Galles e in Cornovaglia.

Qui i processi di integrazione fra i nuovi arrivati e le popolazioni precedenti furono scarsi, ma i regni furono più stabili, più omogenei culturalmente e religiosamente (con un breve ritorno politeista). L’omogeneità fu soprattutto linguistica: l’anglosassone divenne presto la lingua ufficiale. I diversi regni — Northumbria, Mercia, East Anglia, Essex, Wessex, Sussex, Kent — cominciarono a gerarchizzarsi fra loro: nel VII secolo ebbe un ruolo di coordinamento il regno di Northumbria (più al confine con la Scozia), poi il regno di Mercia (più centrale). Dal Kent, intanto, era partito un processo di nuova evangelizzazione dell’isola, grazie a due episodi: la fondazione della sede vescovile di Cantebury e la conversione di re Etelberto da parte di un monaco Agostino.

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4. L’integrazione frenata dei Visigoti

Quali erano le due culture che si incontravano? Quali furono i risultati dell’integrazione?

La cultura romana si basava su una concezione territoriale dello Stato, su un assetto sociale in cui è protagonista una stratificazione fondata sul latifondo, sulla scelta del cattolicesimo successivo al Concilio di Nicea come collante ideologico.

La cultura barbarica si fondava su una concezione personale del potere su grandi aggregati tribali, sul valore eminente delle capacità di comando militare, sull’oscillante scelta religiosa fra politeismo e l’arianesimo.

Uno dei casi più interessanti di integrazione furono i Burgundi, ma erano pochi rispetto ai Goti e ai Franchi, che ebbero maggiori capacità di convergenza e assorbimento di varie tribù barbariche.

I folti gruppi tribali, stanziatesi sul Danubio e il Mar Nero, già nel III secolo, cominciò a essere designato con il nome collettivo di “Goti”, ma bisogna fare una distinzione:

  • Visigoti (West-Goten): insediati più a occidente e proiettati nella loro espansione più a Occidente
  • Ostrogoti (Ost-Goten): insediate più sulla fascia orientale

Il popolo di Visigoti fu protagonista della strabiliante vittoria ad Adrianopoli nel 378 sull’imperatore Valente. L’adozione di un’inquadramento giuridico-militare (l’hospitalitas e la foederatio) non frenò i Visigoti. Il loro capo, Alarico, nel 410 sottopose Roma al famosissimo Sacco di Roma del 410, anche se lo stesso Alarico era stato riconosciuta da Bisanzio come magister militum per Illyricum. Roma aveva perso molto della propria concreta importanza: il secolare centro del potere imperiale e della cristianità occidentale era stato violato on eccessiva facilità, anche se drammatizzato oltremodo. I Visigoti non ebbero il progetto di costituire uno stanziamento con apparati territoriali intorno a Roma, mentre, è da segnalare il rapimento di Galla Placidia presso la prigionia di Alarico.

Per i Visigoti le destinazioni migliori della loro migrazione erano la Sicilia e l’Africa settentrionale, considerate i “granai” dell’Impero. La morte di Alarico fermò il progetto, mentre, fu vano il tentativo, nel 414, di progettare un matrimonio fra il nuovo re dei Visigoti Ataulfo e la stessa Galla Placidia con l’obiettivo di riunire potere imperiale e dominazione militare visigota. Ma Onorio non lo permise. Pertanto i Visigoti si spinsero nella Gallia Narbonense, la Galizia e la valle dell’Ebro.

Quindi il loro stanziamento si stabilizzò in Aquitania, fra la Loria e i Pirenei. Nel corso del V secolo si orientarono intorno a due centri politico-militari:

  • Bordeaux, nella bassa Garonna
  • Tolosa, nell’alta Garonna, con incursioni anche in Provenza e nella Penisola iberica

I Visigoti grandi possessori terrieri, sottraendo i 2/3 delle terre e riattivarono il fisco gravante sui latifondisti, poiché l’attività bellica era percepita come un “sevizio” reso.

Il modello romano non scomparve del tutto: sopravvisse l’amministrazione municipale e alcuni componenti del ceto senatorio gallo-romano affiancarono i Visigoti anche nell’esercizio militare.

I re visigoti furono influenzati dall’attività legislativa dell’Imperatore d’Oriente Teodosio II (408-450), codificando le leggi delle due diverse popolazioni. Il re Eurico, che governava da Tolosa, stabilizzò la presenza gota nella Penisola iberica ed emanò il Codex Eurici, base della successiva Lex Romana Visigothorum, promulgata dal re Alarico II, figlio di Eurico nel 506 prima della battaglia di Vouillé (507), che segnò la vittoria dei Franchi e spinse i Visigoti verso la Penisola iberica.

Le strutture del regno visito rimasero intatte, grazie all’intervento del re ostrogoto Teoderico “Il Grande”, ma la configurazione territoriale cambiò.

I Visigoti conservarono solo la Settimania — dalla foce del Rodano a Narbona e ai Pirenei— ma la maggior parte dei Visigoti passò nella penisola iberica, espandendosi dalla Castiglia verso tutta la penisola. Questa era una zona-laboratorio, dove si accostavano due tipi di cultura differenti: la cultura funzionariale dei ceti eminenti locali (galloromani e iberoromani) e la cultura militare fondata sulle fedeltà personali (proprie del popolo barbarico).

Gli anni di maggior consolidamento del regno furono quelli di Re Leovigildo (568-86), che incorporò il regno degli Svevi e spense le autonomie locali romano-iberiche. Il centro politico divenne Toledo, sul fiume Tago.

Nell’Aquitania romanizzata e cattolica, si diffuse, nel Regno Visigoto, l’uso di assemblee periodiche a cui partecipavano i grandi del regno e i vescovi cattolici. Le due reti ecclesiastiche (ariana e cattolica) erano in forte contrasto, infatti, il vescovo di Clermont-Ferrand, Sidonio Apollinare, affrontò un’assedio e poi fu accolto a corte. Nel 506 in Settimania si svolse un sinodo tutto cattolico, ma sotto la protezione del re ariano.

L’abitudine di convocare assemblee civili-militari-ecclesiastiche si affermò anche in Spagna, al fine di stemperare i conflitti. Ora i re erano più tolleranti, mentre, l’aristocrazia era più chiusa. Pertanto sembrava preferibile una soluzione di unificazione dall’alto riguardo alle due fedi.

Un figlio di Re Leovigildo, Ermenegildo, fu convertito al cattolicesimo da Leandro, metropolita di Siviglia. Ma Ermenegildo fu ucciso da Leovigildo, perchè era un sedizioso. Quindi Leovigildo tentò una fallimentare unificazione ariana.

Il successore Recaredo, re dopo il 586, solennizzò la conversione propria e di tutti i visigoti nel Concilio di Toledo del 589. Il Concilio di Toledo riprendeva l’esempio dei Concili ecclesiastici-civili-militari di 70 anni prima in Settimania. Il 4°Concilio di Toledo nel 633 testimoniava una lunga prassi cattolica ormai sedimentata e addirittura ispirata da uno dei maggiori intellettuali del tempo, Isidoro di Siviglia, fratello di Leandro.

Un grandissimo metropolita cattolico, influente politicamente e di grande prestigio religioso e culturale, attribuiva al re visigoto i titoli di sanctissimus princeps orhodoxus rex.

L’integrazione profonda stava riuscendo, ma non ebbe modo di svilupparsi dato che nel 711 la penisola fu raggiunta e in gran parte occupata dalle milizie musulmane.

Il caso iberico rimase senza uno sviluppo delle premesse del passato regno romano barbarico. Qui si era dimostrata una tendenza all’unità giuridica e all’unità religiosa. Inoltre la lingua si era romanizzata e l’aristocrazia gota imitava la nobiltà senatoria nel collocare i patrimoni fondiari al centro dei propri interessi, mentre, permaneva le usanze gote di mantenere clientele armate e di ostacolare la dinastizzazione della carica regia, che era tradizionalmente elettiva.

Nel popolo goto rimase molto forte il ricordo dell’elezione dei propri capi in assemblee dell’esercito attraverso l’elevazione sugli scudi e l’assimilazione dell’uso romano del concetto di dignitas: anche se il candidato al trono era discendente dal precedente, doveva dimostrare di avere la dignitas, ovvero, l’attitudine al comando e il valore militari, tale che lo rendevano idoneo alla carica regia.

5. Alle soglie della sintesi romano-barbarica: gli Ostrogoti

Uno dei fattori di efficacia di aggregazione tribale, o meglio del processo di “etnogenesi” o di “popoli in movimento”, fu indubbiamente l’esistenza di una tribù-guida. Questa tribù-guida si può identificare in un nucleo familiare spesso allargato e ramificato – detto “sippe”- che gode di un riconosciuto prestigio di comando, simile alla dignitias romana.

Un modello chiaro di aggregazione tribale fu operato dalla stirpe regia degli Amali, che diede avvio all’etnogenesi in fieri degli Ostrogoti, stiamo trattando la stirpe del Re Teoderico.

L’invasione ostrogota in Italia non fu una semplicistica decisione dell’imperatore romano d’Oriente. Non è riscontrabile un “ordine dall’alto” che controllava il tessuto “geopolitico” dell’epoca. Nel caso di Teoderico la risposta è sospesa. Verissimo era che l’imperatore Zenone voleva allontanare gli Ostrogoti dalla Mesia (regione serbo-bulgara), ma più dubbiosa è la pericolosità di Odoacre in Italia, anche se restano indubbie le ambizioni di Odoacre di affermarsi anche verso Est nel territorio dei Rugi.

Probabilmente Zenone favorì il trasferimento degli Ostrogoti, in qualità di foederati per regolare i rapporti con la nuova dominazione barbarica. Nella corte romano-orientale il pensiero riguardo ai Barbari cambiò: non era più negativo. Addirittura il gruppo parentale àmalo entrò in contatto con la corte romea (romano-orientale). Teoderico si trasferì alla corte di Zenone in qualità di ostaggio in giovanissima età, divenendo patrizio, comandante militare-imperiale e console. La spedizione italica durò dal 488 al 493 e si concluse con la morte di Odoacre.

Teoderico stipulò un nuovo foedus con l’Imperatore Bizantino: implicava l’abbandono delle regioni balcaniche in favore di quelle della penisola italiana.

I simboli del potere ufficiale (ornamenta palatii), inviati a Costantinopoli da Odoacre dopo la deposizione di Romolo Augustolo, furono rinviati da Anastasio, successore di Zenone, a Ravenna: era un simbolo di riconoscimento e di inquadramento istituzionale, ma molto “fittizio”.

I 25/30.000 armati ostrogoti avevano il monopolio delle armi e non avevano nulla di romano. Però Teoderico “Il Grande” preferì non presentarsi come rex Gothorum, ma come Flavius Theodericus e fece battere sulle monete la scritta di Roma invicta.


Il “re” Alboino era una sorta di superiore coordinatore elettivo di duchi e di vari capi tribali. I Longobardi si insediarono con stanziamenti non compatti: nella parte centro settentrionale della Penisola italiana, mentre, le coste adriatiche erano ancora sotto il controllo bizantino, organizzato in un Esarcato con sede centrale a Ravenna.

La carica di re non era trasmissibile per eredità ma era elettiva da parte di un’assemblea di uomini liberi: in termini tecnici si dice gairethinx. L’elezione di Alboino era stata promossa prima dell’invasione. Ad invasione conclusa, Alboino fu vittima di un complotto di corte di Rosmunda e del nobile Elmichi, ma questa è una versione “leggendaria”. Il successore Clefi durò dal 572 al 574. In seguito ci fu un periodo detto di “anarchia dei duces (574-584) di circa un decennio in cui l’instabilità divenne uno dei caratteri principali dei domini longobardi.

Però i timori di una spedizione bizantina di riconquista indussero i duces ad eleggere un Re. Dal 884 al 616 i re Autari (che si attribuì il titolo di Flavius, connettendosi al modello teodericiano) e Agilulfo potenziarono il controllo centrale anche se erano presenti vuoti territoriali.

L’impianto militare era più stabile dei vertici politici. Gli uomini in età da combattimento erano detti exercitales o arimanni (da heer “esercito” e mann “uomo”). Facevano parte di raggruppamenti in “marcia” (le farae, da fahren “viaggiare”), che dopo lo stanziamento divennero più stabili e occuparono luoghi strategici. Le città, però, non furono trascurate, anche se sorgevano contrasti fra i vescovi cattolici e i Longobardi politeisti. I duchi si stanziarono prevalentemente in città (le curtes ducis), da cui esercitavano l’attività di governo e di comando militare.

La memoria collettiva del semi-nomadismo di sfruttamento e la conseguente concezione personale del potere, si affiancò agli orientamenti di tradizione greco-latina, di carattere territoriale. Difatti l’ordinamento provinciale e municipale romano aveva lasciato un sedimento di grandissimo impatto: l’impianto ecclesiastico per diocesi. Quindi il modello di territorialità del potere si pose in convergenza con quello personale del potere, di derivazione barbarica.

I ducati non erano vere e proprie circoscrizioni del regno. Si sapeva dove era il centro e la corte del duca (potere personale), ma non si conoscevano i confini (potere territoriale). Il ducato era una grande area di stanziamento di una quota dell’esercito-popolo, ovvero, era una grande ripartizione civile, in cui il potere personale (il potere sulle tribù e sulle farae) risultava prevalente a quello territoriale (la città e le zone che competevano al duca).

7. Le trasformazioni del Regno longobardo: un’evoluzione incompiuta

Alla fine del 500′ i Longobardi erano un popolo superficialmente cristianizzato e avevano avuto pochissimi contatti con i Romani. Il politeismo era dilagante fra di loro e i convertiti cristiani erano di fede ariana. Si riproponeva una contrapposizione fra barbari e latini.

I caratteri originali della civiltà longobarda si modificarono a partire dagli anni centrali del 600′. I re Rotari e Grimoaldo estesero i confini territoriali del regno in parte del Veneto e in Liguria, ma soprattutto incominciarono a coordinare maggiormente gli autonomi “satelliti” longobardi: il ducato di Spoleto e il ducato di Benevento (detto anche Langobardia minor). Inoltre i due re introdussero elementi di territorialità di governo: Pavia incominciò a funzionare da capitale con un palatium regio, sede della corte.

Nel 643 il re Rotari fece compilare un importante editto: l’Editto di Rotari. Era una prima raccolta scritta e con ambizioni di sistematicità delle consuetudini longobarde, in cui le nuove norme si giustapponevano a usi antichi e consolidati. L’Editto era redatto in lingua latina, anche se molti termini specifici sono germanici.  All’Editto dovevano attenersi i soli Longobardi, per volontà del re, mentre i Latini si riferivano al diritto romano per quanto riguardava la vita civile.

Il diritto romano sopravviveva in particolare per il diritto di famiglia, ma l’intento di Rotari era essenzialmente di proibire la faida, la giustizia privata che l’offeso o la sua famiglia potevano esercitare in forma di ritorsione contro il colpevole e i suoi parenti. Il risarcimento in denaro (il guidrigildo) doveva pervenire alle famiglie e indicava una centralità dell’apparato statale.

Il processo di integrazione fu graduale. Roma e la Pentapoli bizantina (Romagna e Marche) continuavano a essere una presenza anti-longobarda. Da Pavia si sviluppò una nuova attenzione per la civiltà ellenistico-romana e soprattutto cristiana: all’inizio del 600 il re Agilulfo accelerò questa spinta grazie alla moglie Teodolinda, di dinastia bàvara cattolica. La strada verso l’integrazione religiosa rimase aperta e in grado di convogliare quote sempre più ampie di abitanti del regnum.

Il punto di arrivo è un editto di re Astolfo nel 750, promulgato prima della spedizione militare nel Sud Italia. Il reclutamento dell’esercito doveva avvenire per censo e riguardava sia possessores e sia negotiantes (soprattutto di estrazione romanica). Oramai gli “arimanni-exercitales” riguardavano un numero esiguo di persone e lo stesso principio di esercito-popolo (sotto il processo di etnogenesi Longobardi erano confluiti senza distinzioni diverse stirpi romano-barbariche) si era sbiadito: ora chi entrava a far parte dell’ “esercito longobardo” doveva provvedere economicamente alla propria attrezzatura.

Decisivo nel processo di integrazione fu il regno di Liutprando (713-744) che si definiva Christianus Langobardorum rex: rafforzava l’idea di regno e potere territoriale, introducendo elementi del diritto romano e del diritto canonico, e sottraendo spazi di iniziativa ai lignaggi antichi e introducendo un orientamento di protezione delle chiese. Furono spenti i residui di politeismo e la tappa provvisoria del credo ariano.

Significativo fu, che, nel 614, a Bobbio fu fondato un centro di diffusione del cattolicesimo europeo: l’abbazia fondata dal monaco irlandese Colombano, addirittura appoggiata dai re longobardi. L’abbazia si segnalò per due sviluppi culturali: uno speciale impegno all’attività agricola e l’attività di uno scriptorium (biblioteca e centro di trascrizione di libri antichi). Analoghi nuclei monastici sorsero in vari altri luoghi, permettendo l’integrazione culturale fra longobardi e culto cristiano. Si tratta di San Genuario di Lucedio, nel vercellese, e San Silvestro di Nonantola, presso Modena, nel 752.

La fondazione di monasteri o abbazie era fondamentale, fra 700′ e 800′, per la propulsione di centri di elaborazione e diffusione culturale o addirittura di “propaganda”:

  • L’abbazia di San Pietro di Novalesa fu fondata nel 726 da un funzionario dell’apparato franco-merovingio, verso il confine longobardo, testimoniando il fervore religioso-culturale dei Franchi;
  • La Chiesa di San Massimo a Salerno, fondata nell’ 865 dall’aristocrazia longobarda per costituire un punto di resistenza identitaria in un’Italia sempre più assoggettata ai Carolingi;

Il processo di cristianizzazione dei Longobardi (Liutprando come Christianus Langobardorum rex), la “riforma militare” di Astolfo, l’integrazione sociale in progresso avrebbe dovuto condurre a una pacificazione della Penisola italica e a un miglioramento dei rapporti con il papa, che in questo periodo aveva solo un “primato d’onore” dirimente soprattutto nelle questioni teologiche.

Già da Papa Paolo I (757-767) si elaborò una falsa donazione di Costantino, secondo cui l’imperatore avrebbe donato i territori occidentali dell’Impero al Vescovo di Roma: i papi avevano già il progetto di rivendicare il controllo anche politico almeno del ducato romano e dei domini bizantini in Italia. Un clima di reciproca diffidenza.

Nel 751 Astolfo con l’esercito “misto” dei Longobardi aveva fatto capitolare Ravenna, in seguito Astolfo fece crollare l’impalcatura dell’ Esercato nel 770.

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I papi, a questo punto, allarmati dall’avanzata dei Longobardi, determinarono l’interferenza pesante nella storia italiana dei Franchi, un popolo che aveva avuto solo contatti sporadici con la penisola italiana. Costantinopoli non poteva più garantire una protezione credibile e i papi incominciarono a pensare all’appoggio dei Franchi.

Papa Zaccaria già aveva dato il suo assenso al colpo di stato di Pipino il Breve nel 751, con la famosa frase di dare il potere a chi veramente lo detiene.

Nel 754 Papa Stefano II aveva unto e incoronato Pipino il Breve come Re dei Franchi e i suoi figli divennero “patrizi romani”. Quindi Pipino il Breve agì in favore del papa richiedendo ad Astolfo di ritirare le truppe e lo aggredì con una blanda spedizione.

L’invito decisivo fu rivolto da Papa Adriano I a Carlo “Magno”. Carlo entrò in Italia nel 773 e fece capitolare Pavia e il Re longobardo Desiderio nel 774.

Carlo “Magno” assunse due corone, dichiarandosi rex Francorum et Langobardorum. I Longobardi non scomparvero: il ducato di Benevento rimase autonomo. Mentre i Franchi avevano immesso una quota del loro ceto dirigente nelle nuove regioni dell’Italia centro-settentrionale.

Il governo franco in Italia e in Europa era davvero composito: Franchi, Romani Goti, Longobardi, Turingi, Alamanni e altre gentes incardinati in orizzonti territoriali accettati e considerati normali.

Sopravvissero o si trasformarono alcuni legami personali:

  • Il gasindiusera da intendere un”compagno” del re, un collaboratore che in cambio del proprio servizio veniva ricompensato con doni e privilegi. Lo possiamo associare a una figura come il cliens romano o meglio ancora al paragonabile vassallaggio franco. Il gasindiato poteva avere effetti di rafforzamento o di indebolimento dell’apparato monarchico, dato che anche i duchi potevano avere pori gasindi. Detto ciò il gasindiato non ebbe una diffusione paragonabile a quella del vassallaggio franco, e si posero in una posizione subalterna ai vassi dominici;
  • Il regnum Lanogobardorum fu occupato in epoca carolingia da figure funzionariali, che mantennero una certa vitalità. Permase i gastaldi, che in epoca longobarda indicava un rappresentante del re, incaricato di amministrare una proprietà fondiaria appartenente al fisco (ovvero le terre demaniali del re). Questi poi indicarono gli incaricati del controllo regio su un ducato. In seguito indicarono coloro che svolgevano funzioni analoghe per conto di duchi, vescovi o proprietari terrieri. Nell’epoca comunale si chiamerà gastaldo chi amministra una signoria per conto del proprietario. Con la progressiva erosione delle giurisdizioni signorili nell’era comunale, si occuperanno solo della gestione agricola, fino ad assumere la voce di “castaldo”, che designa piuttosto il fattore o un semplice affittuario;
  • Più persistenti furono i centenarii o sculdasci, che dall’iniziale ruolo di guide militari, passarono a una funzione di capivillaggio e di sovrintendenti su circoscritte articolazioni territoriali o una distrettuazione minore del regno franco;

Le integrazioni interrotte furono quella degli Ostrogoti, quella dei Visigoti e quella dei Longobardi, mentre, l’integrazione che raggiunse il livello di simbiosi furono ovviamente i Franchi.

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Scritto da Gianluca Borreca

Filosofia, letteratura, bici, soccer

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